domenica 18 marzo 2018

Torquato Tasso

  • 1)   LA FOLLIA DI TORQUATO TASSO-


  • Fabio Giunta  Ammalato? Ammaliato! Il corpo incantato di Torquato Tasso (sintesi)
    Nella biografia tassiana, il motivo del corpo incantato si intreccia con frequenza tale alla sua vicenda dell’umor nero e alla sua personalissima relazione con uno spirito, da diventare crocevia di alcuni saperi magico-rinascimentali.
    Nell’epistolario tassiano
    Marsilio Ficino stabilisce che la melanconia, umor nero dei saturnini, è, nel nesso genio-follia, la «malattia dei letterati». In una  lettera tassiana del 1 ottobre 1587 scritta a Scipione Gonzaga  il Tasso descriveva la propria condizione:
    “Io son poco sano, e tanto maninconico, che sono riputato matto da gli altri e da me stesso, quando non potendo tener celati tanti pensieri noiosi, e tante inquietudini e sollecitudini d’animo infermo e perturbato, io prorompo in lunghissimi soliloqui; li quali se sono da alcuno ascoltati (e possono esser da molti), a molti son noti i miei disegni, e quel ch’io speri, e quel ch’io desideri. La medicina de l’animo è la filosofia, con la quale io mi medico assai spesso. Laonde comincio a rider di tutti i miei infortuni, e di tutti i disfavori ch’io ricevo: che più? Rido ancora de la mala opinione c’hanno gli uomini di me, e de la mia passata sciocchezza, con la quale io la confermai: ma questo riso è così vicino al furore, ch’ho bisogno di veratro, o d’altro sì fatto medicamento che risani il corpo ripieno di cattivi umori, e purghi lo stomaco, dal quale ascendono al cervello alcuni vapori che perturbano il discorso e la ragione”
    Tasso ride dei suoi “infortuni” e “disfavori”.  Ed è proprio questo riso che ci fa pensare al filosofo folle Democrito che rideva della stoltezza degli uomini. In realtà, nella sua persona, riesce in questo modo a sintetizzare due personaggi: il Democrito “ridens” che schernisce la meschina e presuntuosa incompiutezza dell’umano agire e l’Eraclito “flens” divenuto folle lui stesso dopo il pianto per la follia del mondo.
    Ma veniamo ora alla convinzione che il Tasso nutriva circa la causa occulta della sua sofferenza atrabiliare, della sua malinconia, della sua esperienza personale del magico. È nella famosa lettera del 18 ottobre 1581 a Maurizio Cataneo che fa il suo ingresso la componente diabolica filtrata dall’elemento magico. Qui il Tasso lamenta due tipi di disturbi. I disturbi «umani» consistono in « grida di uomini, e particolarmente di donne e di fanciulli, e risa piene di scherni, e varie voci d’animali» e «strepiti di cose inanimate». I disturbi «diabolici» constano invece di «incanti e malìe». Persino i topi «paiono indemoniati». Ma soprattutto, dichiara il poeta, «mi pare d’esser assai certo, ch’io sono stato ammaliato: e l’operazioni de la malia sono potentissime». Così potenti da risuonargli nelle orecchie «voci» nelle quali distingue « i nomi di Pavolo, Giacomo, Girolamo, Francesco, Fulvio e d’altri, che forse sono maligni e de la mia quiete invidiosi»11.
    Una lettera del 1583 al celebre medico Girolamo Mercuriale mostra come la sofferenza causata da questi disturbi sia aumentata. La stessa scrittura sembra più dettagliata ma allo stesso tempo disordinata e convulsa. Il Tasso sa di essere infermo sebbene «l’infermità mia non è conosciuta da me» e neppure «la cagione del mio male». Ma una cosa sa: «io ho certa opinione di essere stato ammaliato». E tra gli effetti ci sono i «tintinni ne gli orecchi e ne la testa, alcuna sì forti che mi pare di averci un di questi orioli da corda»; allo stesso tempo gli pare che molto spesso «parlino le cose inanimate12»
    Leggiamo in data 10 novembre 1585, come stanno andando le cose: “... le cose peggiorano molto; perciochè il diavolo, co’l quale io dormiva e passeggiava, non avendo potuto aver quella pace ch’ei voleva meco, è divenuto manifesto ladro de’ miei danari, e me gli toglie da dosso quand’io dormo, ed apre le casse, ch’io non me ne posso guardare. [...] E prego Vostra Signoria che m’avvisi d’averli ricevuti, e che faccia ufficio perch’io esca di mano del diavolo co’ miei libri e con le scritture, le quali non sono più sicure de’ danari”
    Come Armida che «con gli spirti anco favella / sovente, e fa con lor lungo soggiorno15» anche il Tasso passeggia e dorme con un suo “diavolo”. Dalla lettera si ricava inoltre che abbiano avuto un litigio e che per ritorsione, il diavolo, gli sottrae di notte i “danari”. E Tasso ormai teme anche per i suoi libri e le sue carte. La breve descrizione del diavolo tassiano è la prefigurazione del “folletto” che con i suoi dispetti tanto farà disperare Torquato il quale, infatti, circa un mese dopo, ci informa che nella sua camera «c’è un folletto c’apre le casse e toglie i danari, benchè non in gran quantità».
    Nella lettera del 25 dicembre all’amico Maurizio Cataneo il Tasso torna a lamentarsi ancora del folletto il quale, oltre a rubargli i “danari”, «mi mette tutti i libri sottosopra: apre le casse: ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare21».  In una nuova lettera, il Tasso fornisce qui altri elementi circa «que’ miracoli del folletto». Riferendosi, infatti, alle ultime due lettere speditegli da Maurizio Cataneo gli scrive che:
    l’una è sparita da poi ch’io l’ho letta, e credo che se l’abbia portata il folletto, perchè è quella ne la quale si parlava di lui: e questo è un di que’ miracoli ch’io ho veduto assai spesso ne lo spedale; laonde son certo che sian fatti da qualche mago”
    Dopo un veloce accenno ai «miracoli del folletto» comincia a elencare la serie di «spaventi notturni» che lo atterriscono. Vede delle «fiammette ne l’aria» o addirittura «faville» che fuoriescono dai suoi stessi occhi, «ombre de’ topi» e «strepiti spaventosi». Ecco poi come dalle visioni si passa alle allucinazioni sonore quando «ne gli orecchi» sente «fischi», «titinni», «campanelle» e un rumore simile a «orologi da corda».
    Anche alla sorella Cornelia il Tasso non aveva velato di mistero le azioni magiche da lui subite poiché il 14 novembre del 1587 la informa circa il proprio stato di salute: Signora sorella, il mio male è veramente incurabile, e cresciuto con l’età, confermatosi con l’usanza, e con la simulazione de gli uomini; i quali non hanno voluto risanarmi, ma ammaliarmi”
    Già nel Malleus maleficarum, opera dei domenicani tedeschi Jacob Sprenger e Heinrich Institor, si leggeva di come il diavolo potesse vessare con maggiore intensità l’uomo con una predisposizione alla malinconia, anche se non era comunque escluso un intervento demoniaco sulla potenza cognitiva dell’uomo tramite un’alterazione degli umori e, di conseguenza, delle percezioni. Tale stravolgimento poteva avvenire tramite immagini di apparizioni fantastiche derivanti dalla memoria stessa della vittima affetta da morbo malinconico.
    Torquato parla ancora delle origini del suo male nella lettera a Giovann’Antonio Pisano in cui descrive le due «specie di malinconia» e cioè una «per natural temperamento» e l’altra «per mal nutrimento»; ma ne esiste «una terza specie ancora, la cui origine cominciò da lo stomaco con alcune mormorazioni torbide, e con esalazioni fumose, per le quali l’intelletto fu da crudele obumbrazione offuscato. Nè le dirò per malìa e per incanto s’accrescesse la mia fiera malinconia, per non parer simile a gli altri furiosi».
    Testimone di un’allucinazione o «inganno della fantastica virtù» del Tasso fu Giovan Battista Manso che nella Vita ci racconta che non solamente il folletto veniva a trovare il nostro poeta:
    “A queste noie che gli dava il folletto, o pure a lui pareva che gli desse, s’aggiunsero alcune apparizioni ch’egli stimava d’avere d’un altro spirito assai simile a quel ch’egli finse nel Messaggiero.
    Uno spirito dunque «in forma d’un giovanetto assai somigliante a quella ch’egli nel Messaggiero descrisse» appare al Tasso nonostante la smentita da lui stesso approntata nella lettera al Cataneo del 30 dicembre 1585. Fu così che uno spirito, «assai diverso dal folletto» del Messaggiero, «molto tempo dapoi cominciò ad apparirgli”. Leggiamo un’altra pagina in cui sembra trasparire un comprensibile imbarazzo nel vedere il Tasso alle prese con questo spirito:
    “egli, rivolto lo sguardo verso una finestra, e tenutolovi buona pezza buona pezza fitto, sì che rappellandolo io nulla mi rispondeva, alla fine: “Ecco (mi disse) l’amico spirito che cortesemente è venuto a favellarmi; miratelo, e vedrete la verità delle mie parole”. Io drizzai gli occhi colà incontanente, ma per molto ch’io gli aguzzassi, null’altro vidi che i raggi del sole, che per gli vetri della finestra entravano nella camera. E mentre io andava pur con gli occhi attorno riguardando e niente scorgendo, ascoltai che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con chi che sia; percioché quantunque io non vedessi né udissi altri che lui, nondimeno le sue parole, or proponendo e or rispondendo, erano quali si veggono essere fra coloro che d’alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento; e da quelle di lui agevolmente comprendeva con lo ’ntelletto le altre che gli venivano risposte, quantunque per l’orecchio non l’intendessi”

Lettera da Sant’Anna  a Girolamo Mercuriale del 28 giugno 1583 –
Torquato Tasso scrive:

qualunque sia stata la cagione del mio male, gli effetti sono questi: […] tintinni ne gli
orecchi e ne la testa, alcuna volta sì forti che mi pare di averci un di questi orioli da corda: imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli; la qual mi perturba in modo, ch’io non posso applicar la mente a gli studi pur un sestodecimo d’ora; […] sono distratto da varie imaginazioni, e qualche volta da sdegni grandissimi, i quali si muovono in me secondo le varie fantasie che mi nascono. […] in tutto ciò ch’io odo, vo, per così dire, fingendo con la fantasia alcuna voce umana, di maniera che mi pare assai spesso che parlino le cose inanimate; e la notte sono perturbato da vari sogni; e talora sono stato rapito da l’imaginazione in modo, che mi pare d’aver udito (se pur non voglio dir d’aver udito certo) alcune cose…
(…)
Gli umani sono grida di uomini, e particolarmente di donne e di fanciulli, e risa piene di
scherni, e varie voci d’animali che da gli uomini per inquietudine mia sono agitati, e strepiti di cose inanimate che da  le mani degli uomini sono mosse. I diabolici sono incanti e malìe; e come che de gl’incanti non sia assai certo, percioché i topi, de’ quali è piena la camera, che a me paiono indemoniati, naturalmente ancora, non solo per arte diabolica, potrebbono far quello strepito che fanno; ed alcuni altri suoni ch’io odo, potrebbono ad umano artificio, com’a sua cagione, esser recati; nondimeno mi pare d’esser assai certo, ch’io sono stato ammaliato: e l’operazioni de la malìa sono potentissime, conciosia che quando io prendo il libro per istudiare, o la penna, odo sonarmi gli orecchi d’alcune voci ne le quali distinguo i nomi di Pavolo, di  Giacomo, di Girolamo, di Francesco, di Fulvio, e d’altri, che forse sono maligni e de la mia quiete invidiosi
.
Tra il novembre e il dicembre 1585 i fantasmi prendono sempre più forma:

…il diavolo, co’l quale io dormiva e passeggiava, non avendo potuto aver quella pace ch’ei voleva meco, è divenuto manifesto ladro de’ miei denari, e me li toglie da dosso quand’io dormo, ed apre le casse, ch’io non me ne posso guardare
. (…)
in questa camera c’è un folletto c’apre le casse e toglie i danari, benché non in gran quan-
tità; ma non così piccola, che non possa scomodare un povero come son io
(…)
.
Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha robati molti scudi di
moneta: né so quanti siano, perché non ne tengo il conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sottosopra: apre le casse: ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare.

Tasso e i madrigali 


  • LA FOLLIA DI TORQUATO TASSO-
  • Fabio Giunta  Ammalato? Ammaliato! Il corpo incantato di Torquato Tasso (sintesi)
    Nella biografia tassiana, il motivo del corpo incantato si intreccia con frequenza tale alla sua vicenda dell’umor nero e alla sua personalissima relazione con uno spirito, da diventare crocevia di alcuni saperi magico-rinascimentali.
    Nell’epistolario tassiano
    Marsilio Ficino stabilisce che la melanconia, umor nero dei saturnini, è, nel nesso genio-follia, la «malattia dei letterati». In una  lettera tassiana del 1 ottobre 1587 scritta a Scipione Gonzaga  il Tasso descriveva la propria condizione:
    “Io son poco sano, e tanto maninconico, che sono riputato matto da gli altri e da me stesso, quando non potendo tener celati tanti pensieri noiosi, e tante inquietudini e sollecitudini d’animo infermo e perturbato, io prorompo in lunghissimi soliloqui; li quali se sono da alcuno ascoltati (e possono esser da molti), a molti son noti i miei disegni, e quel ch’io speri, e quel ch’io desideri. La medicina de l’animo è la filosofia, con la quale io mi medico assai spesso. Laonde comincio a rider di tutti i miei infortuni, e di tutti i disfavori ch’io ricevo: che più? Rido ancora de la mala opinione c’hanno gli uomini di me, e de la mia passata sciocchezza, con la quale io la confermai: ma questo riso è così vicino al furore, ch’ho bisogno di veratro, o d’altro sì fatto medicamento che risani il corpo ripieno di cattivi umori, e purghi lo stomaco, dal quale ascendono al cervello alcuni vapori che perturbano il discorso e la ragione”
    Tasso ride dei suoi “infortuni” e “disfavori”.  Ed è proprio questo riso che ci fa pensare al filosofo folle Democrito che rideva della stoltezza degli uomini. In realtà, nella sua persona, riesce in questo modo a sintetizzare due personaggi: il Democrito “ridens” che schernisce la meschina e presuntuosa incompiutezza dell’umano agire e l’Eraclito “flens” divenuto folle lui stesso dopo il pianto per la follia del mondo.
    Ma veniamo ora alla convinzione che il Tasso nutriva circa la causa occulta della sua sofferenza atrabiliare, della sua malinconia, della sua esperienza personale del magico. È nella famosa lettera del 18 ottobre 1581 a Maurizio Cataneo che fa il suo ingresso la componente diabolica filtrata dall’elemento magico. Qui il Tasso lamenta due tipi di disturbi. I disturbi «umani» consistono in « grida di uomini, e particolarmente di donne e di fanciulli, e risa piene di scherni, e varie voci d’animali» e «strepiti di cose inanimate». I disturbi «diabolici» constano invece di «incanti e malìe». Persino i topi «paiono indemoniati». Ma soprattutto, dichiara il poeta, «mi pare d’esser assai certo, ch’io sono stato ammaliato: e l’operazioni de la malia sono potentissime». Così potenti da risuonargli nelle orecchie «voci» nelle quali distingue « i nomi di Pavolo, Giacomo, Girolamo, Francesco, Fulvio e d’altri, che forse sono maligni e de la mia quiete invidiosi»11.
    Una lettera del 1583 al celebre medico Girolamo Mercuriale mostra come la sofferenza causata da questi disturbi sia aumentata. La stessa scrittura sembra più dettagliata ma allo stesso tempo disordinata e convulsa. Il Tasso sa di essere infermo sebbene «l’infermità mia non è conosciuta da me» e neppure «la cagione del mio male». Ma una cosa sa: «io ho certa opinione di essere stato ammaliato». E tra gli effetti ci sono i «tintinni ne gli orecchi e ne la testa, alcuna sì forti che mi pare di averci un di questi orioli da corda»; allo stesso tempo gli pare che molto spesso «parlino le cose inanimate12»
    Leggiamo in data 10 novembre 1585, come stanno andando le cose: “... le cose peggiorano molto; perciochè il diavolo, co’l quale io dormiva e passeggiava, non avendo potuto aver quella pace ch’ei voleva meco, è divenuto manifesto ladro de’ miei danari, e me gli toglie da dosso quand’io dormo, ed apre le casse, ch’io non me ne posso guardare. [...] E prego Vostra Signoria che m’avvisi d’averli ricevuti, e che faccia ufficio perch’io esca di mano del diavolo co’ miei libri e con le scritture, le quali non sono più sicure de’ danari”
    Come Armida che «con gli spirti anco favella / sovente, e fa con lor lungo soggiorno15» anche il Tasso passeggia e dorme con un suo “diavolo”. Dalla lettera si ricava inoltre che abbiano avuto un litigio e che per ritorsione, il diavolo, gli sottrae di notte i “danari”. E Tasso ormai teme anche per i suoi libri e le sue carte. La breve descrizione del diavolo tassiano è la prefigurazione del “folletto” che con i suoi dispetti tanto farà disperare Torquato il quale, infatti, circa un mese dopo, ci informa che nella sua camera «c’è un folletto c’apre le casse e toglie i danari, benchè non in gran quantità».
    Nella lettera del 25 dicembre all’amico Maurizio Cataneo il Tasso torna a lamentarsi ancora del folletto il quale, oltre a rubargli i “danari”, «mi mette tutti i libri sottosopra: apre le casse: ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare21».  In una nuova lettera, il Tasso fornisce qui altri elementi circa «que’ miracoli del folletto». Riferendosi, infatti, alle ultime due lettere speditegli da Maurizio Cataneo gli scrive che:
    l’una è sparita da poi ch’io l’ho letta, e credo che se l’abbia portata il folletto, perchè è quella ne la quale si parlava di lui: e questo è un di que’ miracoli ch’io ho veduto assai spesso ne lo spedale; laonde son certo che sian fatti da qualche mago”
    Dopo un veloce accenno ai «miracoli del folletto» comincia a elencare la serie di «spaventi notturni» che lo atterriscono. Vede delle «fiammette ne l’aria» o addirittura «faville» che fuoriescono dai suoi stessi occhi, «ombre de’ topi» e «strepiti spaventosi». Ecco poi come dalle visioni si passa alle allucinazioni sonore quando «ne gli orecchi» sente «fischi», «titinni», «campanelle» e un rumore simile a «orologi da corda».
    Anche alla sorella Cornelia il Tasso non aveva velato di mistero le azioni magiche da lui subite poiché il 14 novembre del 1587 la informa circa il proprio stato di salute: Signora sorella, il mio male è veramente incurabile, e cresciuto con l’età, confermatosi con l’usanza, e con la simulazione de gli uomini; i quali non hanno voluto risanarmi, ma ammaliarmi”
    Già nel Malleus maleficarum, opera dei domenicani tedeschi Jacob Sprenger e Heinrich Institor, si leggeva di come il diavolo potesse vessare con maggiore intensità l’uomo con una predisposizione alla malinconia, anche se non era comunque escluso un intervento demoniaco sulla potenza cognitiva dell’uomo tramite un’alterazione degli umori e, di conseguenza, delle percezioni. Tale stravolgimento poteva avvenire tramite immagini di apparizioni fantastiche derivanti dalla memoria stessa della vittima affetta da morbo malinconico.
    Torquato parla ancora delle origini del suo male nella lettera a Giovann’Antonio Pisano in cui descrive le due «specie di malinconia» e cioè una «per natural temperamento» e l’altra «per mal nutrimento»; ma ne esiste «una terza specie ancora, la cui origine cominciò da lo stomaco con alcune mormorazioni torbide, e con esalazioni fumose, per le quali l’intelletto fu da crudele obumbrazione offuscato. Nè le dirò per malìa e per incanto s’accrescesse la mia fiera malinconia, per non parer simile a gli altri furiosi».
    Testimone di un’allucinazione o «inganno della fantastica virtù» del Tasso fu Giovan Battista Manso che nella Vita ci racconta che non solamente il folletto veniva a trovare il nostro poeta:
    “A queste noie che gli dava il folletto, o pure a lui pareva che gli desse, s’aggiunsero alcune apparizioni ch’egli stimava d’avere d’un altro spirito assai simile a quel ch’egli finse nel Messaggiero.
    Uno spirito dunque «in forma d’un giovanetto assai somigliante a quella ch’egli nel Messaggiero descrisse» appare al Tasso nonostante la smentita da lui stesso approntata nella lettera al Cataneo del 30 dicembre 1585. Fu così che uno spirito, «assai diverso dal folletto» del Messaggiero, «molto tempo dapoi cominciò ad apparirgli”. Leggiamo un’altra pagina in cui sembra trasparire un comprensibile imbarazzo nel vedere il Tasso alle prese con questo spirito:
    “egli, rivolto lo sguardo verso una finestra, e tenutolovi buona pezza buona pezza fitto, sì che rappellandolo io nulla mi rispondeva, alla fine: “Ecco (mi disse) l’amico spirito che cortesemente è venuto a favellarmi; miratelo, e vedrete la verità delle mie parole”. Io drizzai gli occhi colà incontanente, ma per molto ch’io gli aguzzassi, null’altro vidi che i raggi del sole, che per gli vetri della finestra entravano nella camera. E mentre io andava pur con gli occhi attorno riguardando e niente scorgendo, ascoltai che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con chi che sia; percioché quantunque io non vedessi né udissi altri che lui, nondimeno le sue parole, or proponendo e or rispondendo, erano quali si veggono essere fra coloro che d’alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento; e da quelle di lui agevolmente comprendeva con lo ’ntelletto le altre che gli venivano risposte, quantunque per l’orecchio non l’intendessi”

  • Il Tasso furioso
Lettera da Sant’Anna  a Girolamo Mercuriale del 28 giugno 1583 –
Torquato Tasso scrive:

qualunque sia stata la cagione del mio male, gli effetti sono questi: […] tintinni ne gli
orecchi e ne la testa, alcuna volta sì forti che mi pare di averci un di questi orioli da corda: imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli; la qual mi perturba in modo, ch’io non posso applicar la mente a gli studi pur un sestodecimo d’ora; […] sono distratto da varie imaginazioni, e qualche volta da sdegni grandissimi, i quali si muovono in me secondo le varie fantasie che mi nascono. […] in tutto ciò ch’io odo, vo, per così dire, fingendo con la fantasia alcuna voce umana, di maniera che mi pare assai spesso che parlino le cose inanimate; e la notte sono perturbato da vari sogni; e talora sono stato rapito da l’imaginazione in modo, che mi pare d’aver udito (se pur non voglio dir d’aver udito certo) alcune cose…
(…)
Gli umani sono grida di uomini, e particolarmente di donne e di fanciulli, e risa piene di
scherni, e varie voci d’animali che da gli uomini per inquietudine mia sono agitati, e strepiti di cose inanimate che da  le mani degli uomini sono mosse. I diabolici sono incanti e malìe; e come che de gl’incanti non sia assai certo, percioché i topi, de’ quali è piena la camera, che a me paiono indemoniati, naturalmente ancora, non solo per arte diabolica, potrebbono far quello strepito che fanno; ed alcuni altri suoni ch’io odo, potrebbono ad umano artificio, com’a sua cagione, esser recati; nondimeno mi pare d’esser assai certo, ch’io sono stato ammaliato: e l’operazioni de la malìa sono potentissime, conciosia che quando io prendo il libro per istudiare, o la penna, odo sonarmi gli orecchi d’alcune voci ne le quali distinguo i nomi di Pavolo, di  Giacomo, di Girolamo, di Francesco, di Fulvio, e d’altri, che forse sono maligni e de la mia quiete invidiosi
.
Tra il novembre e il dicembre 1585 i fantasmi prendono sempre più forma:

…il diavolo, co’l quale io dormiva e passeggiava, non avendo potuto aver quella pace ch’ei voleva meco, è divenuto manifesto ladro de’ miei denari, e me li toglie da dosso quand’io dormo, ed apre le casse, ch’io non me ne posso guardare
. (…)
in questa camera c’è un folletto c’apre le casse e toglie i danari, benché non in gran quan-
tità; ma non così piccola, che non possa scomodare un povero come son io
(…)
.
Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha robati molti scudi di
moneta: né so quanti siano, perché non ne tengo il conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sottosopra: apre le casse: ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare.



Tasso e i madrigali


Torquato Tasso – Un madrigale


Torquato Tasso
(componimento 324 delle Rime)
(1580-‘86)
.
Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle ?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stille un puro nembo
a l’erba fresca in grembo ?
Perché ne l’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno ?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita ?
 __________________________________________________________-

La malinconia dell' infinito nella ninnananna di Tasso

non so se questo madrigale di Tasso sia mai stato messo in musica: sembrerebbe fatto apposta e comunque non importa, perché la musica se lo porta dietro. Il madrigale cinquecentesco è un componimento breve di endecasillabi e settenari liberamente disposti, senza divisioni strofiche. Ma qui la libertà è solo apparente: i dodici versi sono in realtà divisi, dal punto di vista della rima, in tre quartine - nella prima le rime sono alternate, nella seconda sono incrociate, nella terza baciate. Come in un campionario. Nella prima quartina i due settenari precedono gli endecasillabi, nella seconda è l' inverso, come se fossero riflessi in uno specchio; nella terza endecasillabi e settenari si cedono reciprocamente il passo. La sintassi gioca a rimpiattino con la metrica, perché le frasi sono quattro e le quartine tre; l' ottavo verso è in bilico, come rima appartiene a ciò che lo precede mentre come senso appartiene a ciò che segue. Il delicato rapporto di equilibri e squilibri si manifesta anche tra il secondo e il terzo verso, dove un nesso banale come «quelle che» è spezzato dal ritmo, e un pronome senza dignità si ritrova a rimare addirittura con le stelle. Esitazioni appena accennate e canto spiegato, pause sapientissime e mai identiche, come un respiro che prima si trattiene e poi si distende - rilanciato dalle ripetizioni («qual...qual...quai», «e perché...perché», «intorno intorno»), incantato dalle allitterazioni («stelle...cristalline stille», «s' udian...dolendo», «fur segni forse»), fino al settenario finale che è specchio di se stesso e suprema dichiarazione, «vita de la mia vita». Artigianato strepitoso per un argomento esilissimo, il semplice lamento per la «partita», cioè la partenza, della donna amata. Tutta la natura la piange: le rugiade notturne erano lacrime e i venti si aggiravano gemendo. Non c' è nient' altro, si riassume in 140 caratteri e ne avanzano pure. Dunque aveva ragione Francesco De Sanctis a parlarne male nella sua Storia della letteratura, il Tasso lirico è molto fumo e poco arrosto? Era un poeta di corte, scriveva testi su commissione: era capace di commuoversi per la donna di un altro, non sappiamo nemmeno se questa sia davvero la sua donna. Aveva imparato le tecniche da Petrarca, ma anche dai petrarchisti più vicini a lui e da quelli lontani, spagnoli e portoghesi; il petrarchismo era diventato un passatempo di società, si faceva a gara a chi inventava la metafora più acuta, l' accostamento più sorprendente. La rugiada equivale alle lacrime della notte ma anche alle gocce di cristallo seminate dalla luna, in una competizione tra stellee stille ("stille" che forse, per alcuni filologi, si dovrebbero leggere come "stelle" terrestri, contrapposte alle celesti), tra bianco e candido - dentro l' aria circolano le aure (o le Laure). Melodia quasi senza contenuto, vacuo sentimentalismo come sarà poi in tante canzonette napoletane? Tasso era pur sempre di Sorrento... Ma c' è Leopardi. Leopardi sarebbe inconcepibile senza la musica della lirica tassiana, tanto l' ha saccheggiata e fatta propria. Leopardi era uno serio, di lui ci possiamo fidare: non si sarebbe fatto ingannare da una musica solo di superficie, la profondità ci dev' essere. Dov' è? Comincerei col dire che questa non è una poesia d' amore. È un paesaggio interiore, un' estroflessione di malinconia. La malinconia, diceva Freud, è il lutto per una perdita mai subita. Non importa se la donna sia sua, né dove sia andata; è Tasso che ha perso se stesso. «Vita de la mia vita» l' aveva già usato in una poesiola-omaggio di tipo pastorale: ma qui diventa davvero il nucleo più segreto di sé, l' individualità messa a rischio. Avete mai visto una poesia fatta solo di domande? E non sono forse i bambini quelli che chiedono continuamente "perché, perché"? La notte è una grande madre, nella cui buia cavità l' anima di Tasso si rifugia a piangere torti immaginari. Si autocommisera. C' è una lirica (quella sì d' amore, anzi di masochismo) in cui rivolgendosi alla donna dice «mentre soffro per voi avverto il piacere che vi procura la mia sofferenza e allora muoio anch' io di piacere». Solo nella rinuncia c' è la soddisfazione. La notte è descritta come la tradizione descriveva la donna: il candore, il manto, il grembo, l' erba, la frescura, l' aura - l' eros è recuperato ma dissolto nella natura, smaterializzato e negato. La conoscenza approfondita di una tradizione, se chi la maneggia è bravo, può permettere di nasconderci dentro quel che non si sa di dover dire. Tasso ha avuto una vita disgraziata, sballottato di qua e di là quand' era piccolo, sempre in preda a pulsioni bipolari, vittima di deliri di persecuzione e sociopatie fino a essere rinchiuso come pazzo, o quasi. È vissuto in un periodo storico di grande incertezza per l' Italia, tra crisi economicae dominio spagnolo, in una Ferrara dove la riforma protestante aveva messo in subbuglio le coscienze più sensibili; finito il Rinascimento e prima che arrivasse la rifondazione scientifica seicentesca, sentiva la realtà materiale attraversata da brividi di dubbio - il confine tra interno ed esterno si assottigliava. Ha patito sul proprio corpo i primordi della nevrosi contemporanea, quella che ora si direbbe dissoluzione dell' io; quando progettava in grande poteva alzare delle dighe ma qui, in un madrigale da nulla, la malinconia dell' infinito sale alla gola, come una disperata e fatua ninnananna.
WALTER SITI

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Forse questa è la lirica più celebre di Tasso, un esempio eccezionale di densità e quasi fatalità stilistica. Il tema è quello della partecipazione per via analogica della natura alle pene dell'io poetante a causa del distacco dall'amata, che volentieri porta con sé come qui l'umanizzazione degli elementi naturali in scena (pianto lacrime, manto, volto, quasi dolendo). 

Ma in questo madrigale il rapporto stesso fra lo spazio dedicato al primo motivo e al secondo, dieci versi contro due, è subito spia della spettacolarizzazione cui il Tasso, principe di questi effetti, tende a spingere il primo, costruendo uno straordinario notturno tutto a contrapposti di nero e bianco: nero, bruna contro candido, bianca, christalline e rugiada. Eccezionalmente il tema non è proposto in forma dichiarativa, ma attraverso una sequenza di quattro interrogazioni tra dolorose ed estatiche, lessicalmente ribadite dal forse del verso 11.
L'affannoso cumulo interrogativo già crea di per sé stesso un crescendo patetico, ma questo è ribadito da altre scelte stilistiche e costruttive omologhe. Iniziamo con le anafore Qual – qual – quai (1-2); E perché – Perché (5-8) per passare alle replicazioni sinonimiche pianto – lacrime; sparger – seminò; candido – bianca – christalline – puro; stille – lacrime. 
D'altra parte le rime, piane e comuni, in sostanza petrarchesche, e collocate secondo un'alternanza di consonantiche e vocaliche, si dispongono dapprima per quatttro a rima rispettivamente alternata e incrociata, ma poi, in una sorta di stretta finale, danno luogo a coppie baciate, entrambe di un endecasillabo e un settenario. 
Qualcosa di simile si può dire per la distribuzione dei pesi sintattici; inizia un periodo di quattro versi, seguono due di tre, per finire con uno di due che isola in chiusa il messaggio fondamentale, la partenza dell'amata. È sottile ugualmente la regia dei tempi verbali: prima i passati remoti vidi e seminò, poi l'imperfetto durativo di s'udian che introduce la più intensa personificazione degli enti naturali ed è omologo all'iterativo intorno intorno dello stesso verso, sicché è come se l'estensione della durata temporale avesse il suo correlativo in quella dello spazio. 
Il madrigale tassiano, dunque, elude qualsiasi elemento cortigiano teoricamente insito al suo tema, e disloca secondo una nuova sintassi e semantica delle immagini, i cliches analogici e metonimici o semplicemente descrittivi che nella tradizione della lirica amorosa segnalano il potere instante della donna che incarna amore: gli occhi come stelle, il candore del volto, il suo regale assidersi sull'erba, la sua identificazione segnaletica con l'aura. Gli elementi che altrove proclamano la presenza rasserenatrice o turbatrice di lei, qui dicono la sua assenza. 

di Gherardo Fabrett



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Tasso e i madrigali

«Più ancora del sonetto» osserva il critico Hugo Friedrich «il madrigale è quell'espressione poetica per mezzo della quale il Tasso condusse la lirica italiana in un nuovo giardino incantato». Caratterizzate da una grande libertà metrica, sia nell'alternanza di endecasillabi e settenari, sia nel gioco mutevole delle rime, queste brevi composizioni si possono considerare come un paradigma della poesia manierista. La struttura trecentesca in quartine o terzine, da decenni ormai in disuso, è definitivamente dissolta in una struttura che è anzitutto musicale e poi semantica, dove la forma del contenuto passa spesso in secondo piano rispetto al fluire delle immagini acustiche, ed è comunque sempre omogenea ad esse.

Ma certamente il valore dei madrigali di Torquato Tasso non si esaurisce nella loro perfezione tecnica. Molti di essi, da considerarsi dei capolavori assoluti, introducono temi e motivi che rivelano nuovi atteggiamenti culturali e un vero e proprio mutamento di episteme. La natura che diviene protagonista (Tacciono i boschi e i fiumi...), la particolare sensibilità notturna (Al lume de le stelle...), l'uso di un espediente retorico come la "domanda lirica" (Qual rugiada o qual pianto...?), sono tutti segni di una misteriosa trasformazione che sta avvenendo nell'atteggiamento culturale degli uomini, ma di cui non si riesce a intravedere l'esito. E forse giocare con le frasi e le parole è anche un modo per razionalizzare ed esorcizzare questo mistero.  
(DAL BLOG VAGHEGGIANDO)

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Madrigali di Tasso musicati da MONTEVERDI

https://www.youtube.com/watch?v=E99rm9IQ4DY

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