martedì 4 ottobre 2011

Bartleby lo scrivano




"Bartleby è più di un artificio o un ozio dell'immaginazione onirica; è, fondamentalmente, un libro triste e veritiero che ci mostra quell'inutilità essenziale che è una delle quotidiane ironie dell'universo". Jorge Louis Borges

Bartleby the scrivener, 1853
"I can see that figure now—pallidly neat, pitiably respectable, incurably forlorn! It was Bartleby"
"..rivedo ancora quella figura... incurabilmente PERDUTA"


Alessandro Baricco lo racconta qui 



I would prefer not to


"Avrei preferenza di no (nella traduzione, un po' sorprendente, di Gianni Celati di Bartleby, lo scrivano).
Bartleby, lo scrivano, è un personaggio che non permette a nessuno di avvicinarsi al suo essere disarmante che si articola nelle sue uniche, o quasi, parole "I would prefer not to".
Ogni tentativo del narratore della strana vicenda, un noto avvocato di Wall Street, come anche del lettore, si scontra contro un muro, che richiama il muro che Bartleby ha di fronte al suo posto di scrivano e che continua a guardare, imperturbabile.
Bartleby è lo straniero in una società in cui le abitudini dei gesti, la ripetitività dei comportamenti sembrano dare una chiave razionale all'esistenza di ognuno.
Sconvolgente perciò un personaggio inerte, senza desideri, senza apparenti sofferenze, senza bisogno dell'altro, con esigenze minime per vivere: qualche biscotto allo zenzero. Come scrive Gianni Celati nella presentazione del racconto da lui tradotto: "Nessuna tragedia vera e propria, nessun fatto avventuroso, solo il fruscio del divenire entro gli stretti limiti del suo luogo di apparizione".
Sconvolgente perciò l'insondabilità di Bartleby, del suo essere, per chiunque cerchi di trovare sempre una chiave di lettura, una possibilità di veder chiaro nelle cose, per non lasciarsi prendere dall'inquietudine, dalla paura di perdere qualsiasi appiglio, qualsiasi punto di riferimento.
Abituati come siamo, tutti noi, alle parole, i silenzi ci spaventano e Bartleby si lascia morire nel silenzio, rifiutando ogni cosa: si distende nel cortile del carcere dove è rinchiuso, perché vagabondo e si addormenta per sempre.
Potrebbero le ultime parole del narratore penetrare il mistero della desertica esistenza di Bartleby? Bartleby come Giobbe? "Perché non sono morto fin dal grembo materno, perito appena uscito dal ventre? Invero adesso giacerei tranquillo, fin d'allora dormirei con i re e i consiglieri della terra che usano costruire in luoghi devastati".
Forse Bartleby, come Giobbe, serve a tranquillizzare il narratore. E noi?  
(Giovanna Corchia)

"Non ricordo nemmeno più quando ho letto Bartleby di Melville per la prima volta. I miei più vecchi amici affermano che gliene parlo da sempre. Bartleby e il suo datore di lavoro mi appassionano. Il primo per il suo rifiuto di giocare il gioco degli uomini, il secondo per l'inutile accanimento a voler comprendere questo rifiuto, l'uno e l'altro attraverso lo sconcertante e bizzarro confronto di due solitudini. Se domandassimo a Bartleby il perché di questa lettura pubblica, risponderebbe impavido: "Ma non ne vedete voi stessi la ragione?" Ed è esattamente ciò che si riproponeva Melville: vedere attraverso sé stesso, e cioè attraverso il nostro io più profondo, dove giace questa risata che accompagna, qualsiasi cosa noi facciamo, i nostri sforzi più lodevoli. E poi tutta la mia vita ho letto ad alta voce. (A voce altra). E questo doveva prima o poi finire sulla scena di un teatro. Tanto più che oggi ho la stessa età del narratore di questa storia. E' sciocco, ma comunque ci unisce." 
Daniel Pennac (in occasione della lettura pubblica a teatro di Bartleby)

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