domenica 8 aprile 2012

SENECA


Seneca, De Otio: la scelta di una vita contemplativa

estratto da: Seneca. Tutti gli scritti. A cura di Giovanni Reale, Rusconi Libri, Milano 1994
I. Tutti sono d'accordo nel ritenere che, vivendo in società, è difficile essere immuni dai vizi, e allora, se non abbiamo altro mezzo per salvarci da essi, isoliamoci: già questo solo fatto ci renderà migliori. D'altronde chi c'impedisce, pur vivendo appartati, di avvicinare uomini virtuosi e ricavarne un esempio su cui modellare la nostra esistenza? E ciò non è possibile se non in una vita tranquilla, lontana dalle pubbliche faccende: solo così potremo mantenere fermi i nostri propositi, non avendo accanto nessuno che, sollecitato dalla grande massa che gli sta intorno, possa distoglierci dalla nostra decisione, ancora instabile, all'inizio, e perciò facile a sgretolarsi. Allora sì la nostra vita potrà procedere uniforme e costante, perché non turbata dalle idee più diverse e contrastanti. Inoltre, come se già non bastassero i numerosi mali che ci affliggono, passiamo da un vizio all'altro, e questo è il guaio peggiore: restassimo almeno attaccati a un vizio solo, quello che ci è più familiare e che abbiamo ormai sperimentato! Così a questo inconveniente si aggiunge pure il tormento che ci rode nel constatare come le nostre scelte, oltre che cattive, siano anche incostanti. Siamo sballottati di qua e di là come dai flutti o dal vento, ed ora ci attacchiamo ad una cosa, ora ad un'altra, lasciamo ciò che avevamo cercato e ricerchiamo ciò che avevamo lasciato, in un altalenante avvicendarsi di desideri e pentimenti. Questo perché dipendiamo sempre dalle opinioni degli altri, ci sembra migliore ciò che ha un gran numero di aspiranti e di elogiatori e non ciò che va lodato e ricercato per il suo intrinseco valore, così come una strada la giudichiamo buona o cattiva non di per se stessa ma dalla quantità delle impronte e dal fatto che fra di queste non ce ne sia nessuna che torni indietro.
Qualcuno mi dirà: "Ma Seneca, che fai? Tradisci la tua scuola? I tuoi compagni stoici, infatti, dicono chiaramente che bisogna partecipare alla vita attiva sino all'ultimo fiato, adoperarsi per il bene comune, aiutare gli uomini, singolarmente, soccorrendo persino i propri nemici, operare, insomma, in modo concreto, sforzandosi in prima persona. "Noi siamo quelli", così essi dichiarano, "che non conoscono congedi o aspettative, e come dice quel facondissimo poeta (Virgilio, En. IX, 12; ndr) anche vecchi e canuti combattiamo. Noi siamo quelli che non hanno un solo attimo di tregua finché non giunga la morte, al punto che - se mai fosse possibile - la morte stessa per noi non sarebbe un riposo." E allora? Perché innesti i precetti di Epicuro sui principi basilari di Zenone? Se non ti va più a genio la tua scuola, perché non ti premuri di lasciarla, invece di comportarti come un traditore?". Gli rispondo così, per il momento: "Io seguo i miei maestri: cosa vuoi che faccia di più? Cammino sulle loro orme, non mi spingo più oltre, dove essi non sono ancora arrivati".
II. Ora ti dimostrerò che io non mi allontano dagl'insegnamenti della scuola stoica, come non se ne sono allontanati neppure i suoi discepoli; ma anche se seguissi gli esempi di questi, invece che i precetti dei maestri, sarei più che scusato. E te lo proverò dicendoti due sole cose, prima di tutto che ci si può dedicare interamente alla contemplazione del vero fin dalla fanciullezza, cercando una propria norma di vita e praticandola nell'isolamento, in secondo luogo che si può fare altrettanto e a buon diritto anche dopo essersi concretamente impegnati nella sfera sociale e quando ormai la vita volge al suo tramonto, passando ad altri il testimone, cioè la cura delle cose pratiche, come fanno, ad esempio, le Vestali, che si dividono i compiti secondo l'età, per cui prima imparano a compiere i sacri riti e poi, finito il tirocinio, si dedicano all'insegnamento.
III. ... Noi diciamo che il sommo bene è vivere secondo natura, e la nostra natura ha due facce, una rivolta alla contemplazione e l'altra, invece, all'azione.
V. Quanto alla prima, la contemplazione, la prova della sua validità sta già nel fatto stesso che in ciascuno di noi è insito il desiderio di conoscere l'ignoto e vivo l'interesse per ciò che di lui si racconta. C'è chi si mette in mare e sopporta i fastidi di un lunghissimo viaggio per il solo ed unico premio che può derivargli dallo scoprire cose sconosciute e lontane: è questo che attira le folle agli spettacoli, che c'induce a spiare attraverso le fessure ciò ch'è precluso al nostro sguardo, ad esplorare i più profondi segreti, a consultare i libri antichi o ad apprendere i costumi di popoli stranieri. 
Questa curiosità ce l'ha data la natura, la quale, conscia della propria arte e del suo fascino, ci ha creati quali testimoni di un così stupendo spettacolo. Quale scopo, quale utilità avrebbe avuto la sua opera se cose tanto grandi e meravigliose, così accuratamente rifinite, così eleganti e splendide di mille e più bellezze le avesse sciorinate davanti ad un deserto? Ma non ci ha fatti soltanto testimoni e spettatori passivi delle sue bellezze esteriori, essa vuole essere anche esaminata, scrutata, e a conferma di ciò basta considerare il luogo che ci ha assegnato: ci ha posti proprio nel suo centro, dandoci così la facoltà di vedere tutto ciò che ci circonda; e non solo ha dato all'uomo una posizione eretta, ma gli ha messo il capo in alto e sopra un collo snodabile, affinché possa osservarla più facilmente, seguire il rotante corso degli astri, dal loro sorgere al loro tramonto, e accompagnare il suo sguardo al movimento dell'intero universo. Poi, col far procedere le costellazioni, sei di giorno e sei di notte, gli ha spiegato davanti ogni parte di sé, in modo che, per mezzo delle cose visibili che cadono sotto i suoi occhi, nasca in lui il desiderio di conoscere anche il resto. Noi, infatti, vediamo solo una parte delle cose, e molte, per di più, neppure nella loro grandezza reale, ma il nostro sguardo, acuto com'è, si apre la strada alla ricerca, avviandosi verso la verità, per cui la nostra indagine si sposta dalle cose visibili a quelle invisibili, sino a tentare la scoperta di una realtà ancora più antica del mondo stesso...
[…] Vive dunque secondo natura chi si dedica completamente a lei, per contemlarla e venerarla. Ma la stessa natura vuole anche che ci si dedichi all'azione, sicchè possiamo fare entrambe le cose e così faccio io, tanto più che pure la contemplazione è, in definitiva, un'azione.
VII. […] sono tre i generi di vita fra cui si discute quale sia il migliore: il primo si prefigge il piacere, il secondo la contemplazione, il terzo l'azione. Per prima cosa - messe da parte la polemica e l'implacabile avversione che mostriamo sempre nei confronti di chi segue una dottrina diversa dalla nostra - vediamo se questi tre generi, anche se sotto aspetti diversi, giungano alla stessa conclusione. Tanto per cominciare, il piacere non esclude la contemplazione, come la contemplazione non esclude il piacere, e l'azione, a sua volta, comprende pure la contemplazione. "Però i fini sono diversi", mi obietterai. D'accordo, ed è anche notevole la loro differenza, però il fine e l'elemento accessorio che caratterizza i tre generi di vita sono strettamente legati fra loro: il contemplativo non può contemplare senza essere contemporaneamente attivo, l'attivo, a sua volta, non può agire senza contemplare l'oggetto del suo agire, e il gaudente, che tutti concordemente giudichiamo male, non cerca un piacere inerte, cerca un piacere attivo e duraturo, che solo per via della razionalità può rendere tale, fissandolo dentro di sé in una continua contemplazione. Vista così, anche la scuola del piacere rientra nella vita attiva. E come potrebbe non rientrarvi, quando lo stesso Epicuro sostiene di essere pronto a rinunciare al piacere, e a cercare anzi il dolore, se il piacere fosse soltanto minacciato dal rimorso, o a scegliere il minore fra due mali? Dove voglio arrivare con questo discorso? A dimostrare, chiaramente, che la contemplazione piace a tutti, con la differenza che altri vi aspirano come ad una meta finale senza ritorno, per noi invece è solo uno scalo, non un porto definitivo.
VIII. Andando avanti dirò che secondo i principi di Crisippo la vita contemplativa è più che legittima, quando però derivi da una nostra libera scelta e non dall'adesione passiva ad uno stato d'inattività. Gli stoici dicono che il saggio non parteciperà alla vita dello Stato quale che esso sia: se questo avvenga perché lo Stato manca al saggio o perché il saggio manca allo Stato cosa importa, quando lo Stato, prima o poi, viene a mancare a tutti?
 E mancherà sempre, a chi pretende troppo da lui. Ora io mi chiedo a quale tipo di Stato potrebbe accedere il saggio: a quello ateniese, che mandò a morte Socrate e costrinse Aristotele a scappare per non fare la stessa fine? Uno Stato in cui l'invidia strozza ogni virtù? È evidente che il saggio non darà mai la sua opera ad un regime siffatto. E allora? Si accosterà a quello cartaginese, dove la guerra civile non ha un minuto di tregua, dove la libertà è rovinosa ai migliori ed onestà e giustizia sono tenute a vile, dove contro i nemici si consuma una crudeltà disumana e i cittadini stessi sono guardati di traverso, come persone pericolose? Anche da questo tipo di Stato il saggio si guarderà. E se li passassi in rassegna uno per uno non ne troverei nessuno capace di sopportare il saggio, o viceversa. E allora? Se quello Stato ideale, che pur ci raffiguriamo nella nostra mente. non si trova da nessuna parte, ecco che la vita contemplativa s'impone a tutti come una necessità, essa è la nostra ancora di salvezza, dal momento, ripeto, che non esiste al mondo l'unica cosa che avrebbe potuto esserle anteposta.

CONFRONTA CON HANNAH ARENDT (link wikipedia)
Vita Activa. La condizione umana (1958): Le tre condizioni dell'esistenza, fondamentali per capire la "antropologia" di Arendt, corrispondono all'ambiente naturale degli individui, la Terra, e quindi l'attività del lavoro, rappresentata dall' "animal laborans"; la seconda condizione è l'insieme di artefatti di cui l'uomo si circonda per vivere e operare nel mondo, cui corrisponde l' "homo faber"; la terza condizione è lo spazio pubblico in cui gli individui interagiscono mediante il discorso, l'attività corrispondente è l'agire. Le tre attività compongono la "vita activa".

SENECA, Epistole  a Lucilio

Una delle ultime opere di Seneca dopo il ritiro dalla politica attiva, in una villa privata fuori città. Scritte tra il 62 e il 65 d.c. Varie teorie sulla composizione. Ci son pervenute 124 lettere divise il 20 libri, che in origine erano almeno 22. Lucilio era amico di Seneca. Era reale la corrispondenza? Alcuni indizi nel testo ci dicono di sì, almeno in parte. Certamente Seneca ha anche in mente come destinatario i posteri, e lo scrive. Scrive anche a se stesso, e per chi cerca lume nella filosofia. L'oggetto della cura d anima è dunque anche l'autore che medita scrivendo. La forma delle lettere è un colloquio familiare, e libertà nell'affrontare gli argomenti. Temi e spunti si intrecciano. Nelle lettere coesistono dimensione teoretica e pratica. Ci son lettere in tono familiare ed altre simili a trattati. 

Obiettivi delle lettere a Lucilio

L'intento di Seneca è morale, nella linea della morale stoica, rivitalizzata, rinnegando ad esempio la logica stoica. Il suo obiettivo è il progresso morale degli uomini: prendere coscienza di se stessi. Motivo costante dell'opera è quello dellavita ritirata, che rispecchia l'esperienza di Seneca: la folla esercita influenze negative. L'otium filosofico ci permette di staccarci dai falsi beni e dalle vanità e guardarsi dentro: solo da lì può venire la vera felicità. Seneca è maestro dell'analisi psicologica, e attraverso l'introspezione scopre la conscientia, la nostra consapevolezza morale e intellettuale. Fa esame di coscienza quotidiamo come i pitagorici. Incessante autoanalisied esercizio. Seneca scopre in sè il divino nell'anima, lontano dal dio-anima cosmica stoico, un dio vicino. Gli uomini son tutti uguali. La nobiltà di un uomo è data solo dalla virtù, che anche uno schiavo può avere. Valore del tempo: imparare sin da giovani a fare buon uso del tempo, quel che rimane da vecchi è poco e cattivo. Con le nostre scelte possiamo trasformare il tempo. Il tempo non si può perdere in futilità e dobbiam vivere ogni giorno pienamente. 

Lettera 1: custodire il tempo

Invito a custodire il tempo. Utilizzo buono, evitare le dispersioni rispetto al vero obiettivo. Molto tempo lo perdiamo per nostra negligenza. Governando l'oggi acquisiamo padronanza sul domani. Rimandando le cose la vita se ne va. Il tempo è l'unica cosa che ci appartiene. Essere economi: metter le cose a posto in tempo debito, compresi gli averi. 




"Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus brevem vitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet". 
TRAD: "Non è che noi abbiamo poco tempo, molto ne perdiamo. La vita è sufficientemente lunga e ci è stata concessa in abbondanza per il compimento delle più grandi opere, se solo venisse investita fruttuosamente; ma quando scorre via tra il lusso e la noncuranza, quando non viene spesa in alcuna onesta attività, alla fine, sotto la spinta della necessità estrema, quella vita, che non abbiamo sentito passare, ci rendiamo conto che è inesorabilmente trascorsa. E' proprio così: non è breve la vita che abbiamo ricevuto, ma breve l'abbiamo resa noi, e non ne siamo poveri ma prodighi.Come patrimoni cospicui e degni di un re, quando arrivano nelle mani di un cattivo padrone, in u n attimo vengono dissipati,mentre beni ancorché modesti se affidati ad un buon amministratore, crescono con l'impiego, così la nostra vita, se la si amministra bene, si estende assai...."

Seneca, il De brevitate vitae e la tematica del tempo
"DULCIA VITIA" DI SENECA SCRITTORE
«Il  toreador della virtù»: così, in una pagina velenosa e feroce del Crepuscolo   degli idoli, Seneca era definito da Nietzsche, che pure in gioventù l’aveva annoverato fra i “grandi moralisti”. Il filosofo dell’Oltreuomo, nel momento in cui sottolineava, con la tagliente concisione dell’aforisma, il contrasto e l’incoerenza, abili e tortuosi, del personaggio e del pensatore, della vita e della parola, aveva del resto alle spalle una tradizione antisenecana che andava dall’Agostino del  De Civitate Dei al Petrarca delle Familiares, da La Rochefoucauld, che intitolava ad un “Seneca smascherato”, spogliato ormai dei suoi infingimenti e delle sue doppiezze, la prima edizione delle sue amare e disincantate Ma ssime, fino al Melville del Diario italiano, che dietro la maschera emaciata e sofferente dell’asceta intravedeva lo sguardo vitreo e protervo dell’usuraio (quale peraltro Seneca, se dobbiamo credere alla testimonianza, d’altro canto perlopiù ostile, di Cassio Dione, effettivamente fu). 
Forse non aveva tutti i torti Agostino quando, nel De Civitate (VI, 10), lamentava, con antitesi laceranti, che Seneca, pur se spiritualmente liberato dalla filosofia, covasse i vizi che fustigava, compisse egli stesso le azioni che rimproverava agli altri, adorasse ciò che denunciava .
In effetti non mancano, nell’esperienza umana ed intellettuale di Seneca, le contraddizioni e i paradossi. Pur esaltando il distacco dalle ricchezze, fu ricchissimo (del resto, come si legge nel  De vita beata, il filosofo non deve affatto essere per forza povero, ma semplicemente non essere schiavo delle proprie ricchezze, considerarle più come un benevolo prestito della fortuna che come un possesso stabile e saldo, ed essere pronto, qualora se ne desse il caso, a  perderle senza eccessivo rammarico); pur predicando la virtù, la misura, l’equilibrio, il distacco dalle passioni, si dilettò, secondo l’uso greco, con gli efebi , sempre stando a Dione (Storia romana, LXI, 10); alla morte, nel 54, dell’imperatore Claudio, sbeffeggiò, nell’Apocolocyntosis, quello stesso sovrano che aveva esaltato in modo enfatico ed iperbolico nella Consolatio ad Polybiu, con cui tentava,  peraltro senza immediato successo, di ottenere la revoca dell’esilio inflittogli nel 41 per torbidi intrighi di palazzo.
(................................)
È forse con Seneca (e lo intuirono in molti fra i suoi lettori più attenti, da Montaigne a Rousseau) che nasce la teodicea, l’interrogazione inesausta, inesauribile, mai pienamente soddisfatta (né forse mai soddisfabile, in termini e limiti umani) sulla giustizia ultima, assoluta, trascendente. «Per alta vade spatia sublimi aetheris», dice Giasone nell’inquietante chiusa della Med ea senecana, «testare nullos esse, qua veheris, deos»: «Va’ per gli spazi profondi dell’etere sublime, / per rivelare che non ci sono dei là dove tu passi».(Matteo Veronesi) 

TEMPO CICLICO E TEMPO ESCATOLOGICO, U. Galimberti

Nessun commento: